La Cassazione sullo stralcio dei debiti tributari sino a mille euro

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11817 del 18 giugno 2020, è intervenuta sulla problematica dello stralcio delle cartelle sotto i 1.000,00 euro, introdotto dal decreto legge n. 119 del 2018, convertito con modificazioni nella legge n. 136 del 2018 (decreto fiscale 2019) per i debiti tributari che non superano l’importo di euro 1.000,00, affidati agli agenti di riscossione nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.
Lo stralcio opera ex lege automaticamente anche in assenza d’istanza di annullamento del contribuente.
Quello che stabilisce di nuovo la Sezione Tributaria della Cassazione è che, ai fini dell’annullamento automatico dei debiti inferiori a 1.000,00 euro affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010, viene in rilievo non l’importo complessivo della cartella, ma il singolo carico affidato, escludendo gli interessi di mora e aggio.
Oggetto del condono è dunque il singolo debito e non già l’importo complessivo della cartella.
Cosa comporta tutto ciò?
Una cartella esattoriale può riportare più carichi di ruolo affidati per la riscossione e qui ciò che rileva è il singolo carico affidato all’agente mediante il ruolo.
E quindi:
a) rilevano ai fini del condono solo i singoli carichi affidati all’Agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010.
b) ai fini di determinare se si sia entro la soglia dei mille euro per cui opera lo stralcio occorre considerare per ciascun carico, il capitale, gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo e le sanzioni (non si conteggiano invece l’aggio esattoriale e gli interessi mora)

Clausole di earn out e clawback

Le clausole contrattuali   di “earn out” e “clawback”, mutuate dal sistema di  common law, consentono di tarare il prezzo del bene o servizio (azienda, quota sociale, prestazionelavorativa) oggetto di cessione sulla scorta dei futuri risultati economici, positivi o negativi, connessi al bene o servizio ceduto.
Le parti possono ad esempio pattuire  che il prezzo di cessione dell’azienda sia maggiorato (clausola c.d. “earn out” )  in caso di raggiungimento di determinati risultati di natura economico-finanziaria, prevedendosi in tale caso  la corresponsione al cedente di un supplemento in danaro (earn out) ad incremento del prezzo di cessione.
La clausola c.d. “clawback” prevede al contrario  che il prezzo di cessione sia ridotto nel caso in cui gli obiettivi futuri prefissati non siano conseguiti:  il cedente è quindi obbligato a restituire parte del prezzo al cessionario in caso di  mancato incremento o decremento del valore dell’azienda.
Tale  clausola di decremento è utilizzata in particolar modo nei contratti di lavoro per ridurre la quota di incentivi riconosciuti, oltre la retribuzione, agli amministratori e ai dipendenti delle società in caso di mancato raggiungimento del target prefissato, di calo di utili o di condotte o comportamenti scorretti verso la società.
La validità di dette clausole, inquadrabili sotto il profilo giuridico come condizioni sospensive ex art. 1353 c.c. in quanto collegate al verificarsi di un evento futuro ed incerto,  è condizionata alla puntuale indicazione del periodo temporale di osservazione dei risultati aziendali posteriore alla stipula dell’atto di cessione.

Prescrizione delle cartelle di pagamento

Prescrizione delle cartelle di pagamento: certezze ed illusioni 

Le Sezioni Unite della Cassazione sono intervenute, con una nota pronuncia del novembre 2016, stabilendo che, per le cartelle di pagamento divenute definitive per mancata opposizione, non opera il termine prescrizione decennale previsto dalla legge per il passaggio in giudicato, ma opera il il più breve termine (nel caso di specie quinquennale) previsto dalla legge per la tipologia di credito (tributo, contributo, interessi, sanzioni)  richiesta con la cartella stessa.
L’intervenuta prescrizione comporta infatti l’estinzione dell’obbligo di pagamento delle relative somme cui la cartella si riferisce. La cartella esattoriale e il relativo ruolo perdono così la loro efficacia e non è più possibile procedere esecutivamente contro il debitore. Tutti gli atti prodromici o esecutivi (intimazioni, i preavvisi di fermo amministrativo o di ipoteca legale, gli atti dell’esecuzione forzata)  posti in essere dopo il compimento della prescrizione sono nulli e possono essere utilmente impugnati davanti al giudice; quelli invece notificati al contribuente prima che la prescrizione si compia hanno l’effetto di interrompere tale termine e di farlo decorrere nuovamente da capo.
La prescrizione non comporta però il diritto del debitore di vedersi restituito quanto già pagato anche dopo il compimento della prescrizione.
Forniamo di seguito un semplice vademecum sulla prescrizione delle cartelle di pagamento in base alle varie tipologie di credito.

 

  1. Quando si prescrive una cartella di pagamento?
  2. La prescrizione delle cartelle  IRPEF, IRES, IVA,IRAP
  3. La prescrizione delle cartelle relative ai tributi locali
  4. L’interruzione della prescrizione
  5. Quando scadono la cartella di pagamento e l’avviso di intimazione
  6. Come annullare la cartella prescritta: impugnazione di atti successivi o dell’estratto del ruolo

1. Quando si prescrive una cartella di pagamento?

La questione della prescrizione delle cartelle esattoriali ha avuto una definitiva regolamentazione con la nota sentenza della Cassazione a Sezioni Unite del novembre 2016 [Cass. S.U. sent. n. 23397/16 del 17.11.2016.].
Da una lettura non superficiale della decisione si ricava che le Sezioni Unite non hanno affermato che le cartelle si prescrivono tutte in cinuqe anni (come da taluni sostenuto),  bensì che non si applica il termine di prescrizione decennale previsto per le sentenze passate in giudicato e che  non esiste un unico termine di prescrizione per le cartelle.

Quinid non è corretta l’affermazione che  tutte le cartelle si prescrivono in 10 anni e  neppure è corretto affermare che essi si prescrivonotutte  in 5 anni come sostenuto da qualche superficiale interprete.
Infatti il termine di prescrizione dipende dal tipo di tributo, contributo o sanzione richiesto al contribuente con la cartella stessa: per ciascuna tipologia debitoria è la legge stabilisce un termine di prescrizione diverso.
Dunque, per stabilire quando si prescrive una cartella esattoriale, è necessario leggere il dettaglio degli importi indicati all’interno della cartella stessa e stabilire a quali imposte, contributi o o sanzioni essi si riferiscono. Così, ad esempio, per le imposte erariali il termine di prescrizione è sempre di 10 anni; invece per quelle locali il termine è di 5.
Laddove la cartella contenga la richiesta di pagamento di importi tra loro eterogenei (ad esempio bollo auto e Imu), ciascuno di questi seguirà il proprio termine di prescrizione; con la conseguenza che la cartella sarà prescritta prima per una parte e dopo per l’altra.
In sintesi i termini di prescrizione delle cartelle di pagamento, sulla base delle rispettive norme di legge riportate tra parentesi,  sono i seguenti:

  • Irpef: 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Ires: 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Irap: 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Iva: 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Imposta di bollo: 10 anni (art. 37 d.p.r. n. 642/1972)
  • Imposta di registro: 10 anni (art. 78 T.U n. 131/1986)
  • Imposta catastale: 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Imposta sugli apparecchi audiovisivi (cosiddetto Canone Rai): 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Contributi Camere di Commercio: 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Tosap: 10 anni (art. 2946 c.c.)
  • Imu: 5 anni ( art. 2948 n. 4) cod. civ. )
  • Tasi: 5 anni ( art. 2948 n. 4) cod. civ. )
  • Tari: 5 anni ( art. 2948 n. 4) cod. civ. )
  • Contributi Inps: 5 anni (art. 3, comma 9, della legge 8 agosto 1995, n. 335)
  • Contributi Inail: 5 anni  (art. 3, comma 9, della legge 8 agosto 1995, n. 335)
  • Sanzioni amministrative e contravvenzioni stradali: 5 anni (Art. 28 della Legge n. 689/81)
  • Sanzioni amministrative tributarie: 5 anni (art. 20 del d. lgs. 18 dicembre 1997 n. 472)
  • Tassa automobilistica: 3 anni (art. 5, comma 51,  D.L. 30 dicembre 1982, n. 953, convertito con la L. 28 febbraio 1983, n. 53
  • Interessi: cinque anni ( art. 2948 n. 4) cod. civ. )
  • Sentenze definitive di condanna relative a opposizioni (rigettate) contro cartelle di pagamento o avvisi di addebito INPS : 10 anni dalla pubblicazione della sentenza (art. 2953 c.c.)
    Occorre quindi distinguere le varie tipologie debitorie che hanno diversi termini di prescrizione.

2. La prescrizione delle cartelle  IRPEF, IRES, IVA,IRAP

La prescrizione delle cartelle relative a imposte erariali secondo alcuni giudici di merito [  CTP Avellino, sent. n. 267/2017, si veda anche CTR Catanzaro sent. n. 173/16 e CTP Reggio Calabria, sent. del 16.04.2014. Ctr Lombardia, sent. n. 1883/16/2018.] sarebbe di 5 anni.
Questi giudici pervengono a tale  (errata) conclusione mediante l’applicazione dell’art. 2948 n. 4) cod. civ. che stabilisce che tutti i debiti da pagarsi almeno una volta all’anno – o per frazioni ancora più brevi – si prescrivono in un quinquennio.
In realtà la Cassazione non ritiene affatto applicabile alle imposte erariali questa norma e aderisce  ad un orientamento opposto in quanto, pur essendo vero che le imposte quali Irpef, Ires, Irap, Iva si pagano tutti gli anni, la base imponibile non è mai la stessa ma varia sempre in relazione a quanto annualmente dichiarato dal contribuente, sicché non può parlarsi di pagamento periodico.
Anche alcune pronunce della Suprema Corte, reclamizzate sulla rete come  apparentemente favorevoli, vanno valutate e lette con estrema attenzione.
Ad esempio la sentenza della Cassazione n. 930/2018 si è limitata ad escludere che per le cartelle relative a tributi erariali operi la prescrizione decennale prevista dall’art. 2953 c.c. per le sentenze passate in giudicato,  ma non ha affatto affermato che per le imposte erariali operi una più breve prescrizione quinquennale.
Invero secondo altre recenti sentenze  “il diritto alla riscossione di un’imposta si prescrive nel termine ordinario decennale di cui all’art. 2946 c.c., ove la legge non disponga diversamente, salvi, in quest’ultima ipotesi, gli effetti del giudicato sui termini cd. brevi di prescrizione” in quanto “la prestazione tributaria, attesa l’autonomia dei singoli periodi d’imposta e delle relative obbligazioni, non può considerarsi una prestazione periodica, derivando il debito, anno per anno, da una nuova ed autonoma valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti impositivi” (Cass. n. 10547/2019; n. 32998/2019).
Si osserva per l’appunto che secondo la giurisprudenza della Cassazione (SS.UU. n. 23397/2016), per i tributi erariali – IRPEF, IRES, IRAP, IVA – accertati e divenuti definitivi per omessa impugnazione, non è applicabile la prescrizione breve di cinque anni prevista per le prestazioni periodiche, ai sensi dell’art. 2948 c.c., poichè i crediti erariali non possono considerarsi prestazioni periodiche, in quanto derivano da valutazioni effettuate per ciascun anno sulla base della sussistenza dei presupposti impositivi (Cass. 4283/2010). Consegue che, mancando una espressa disposizione di legge, per detti tributi è applicabile la prescrizione ordinaria decennale (art. 2946 c.c.), quale unico termine rilevante in fase di recupero. (Cass. n. 32308/2019; n. 28315/2019; n. 19224/2019; n. 18804/2018,  n. 24322/14; n. 22977/10; n. 2941/07 e n. 16713/16).

3. La prescrizione delle cartelle relative ai tributi locali

Al differenza che per i  tributi statali , la Cassazione ritiene che i tributi locali debbano essere ricondotti nella sfera delle “prestazioni periodiche” e, come tali, siano  assoggettati alla prescrizione quinquennale a norma dell’art. 2948 c.c., comma 4 (Cass. n, 4283/2010, n. 24542/2019).
Dunque le cartelle di pagamento relative per le imposte locali (Imu, Tasi, Tari,  ecc.) si prescrivono in cinque anni.

4. L’interruzione della prescrizione 

La prescrizione può essere interrotta da una diffida, una intimazione di pagamento, una notifica di un’ulteriore cartella per gli stessi importi, un preavviso di fermo o di ipoteca in cui venda dettagliato il credito fatto valere, un atto di pignoramento.
Dal giorno successivo in cui il contribuente riceve il nuovo atto, la prescrizione si riazzera  e il termine di prescrizione inizia a decorrere nuovamente da capo per un ulteriore periodo pari a quello precedente.
Occorre quindi attentamente considerare tutte le comunicazioni che sono pervenute al contribuente e che sono potenzialmente idonee ad interrompere la prescrizione.
Anche l’istanza di rateazione del debito, dal momento che presuppone il riconoscimento del debito,  interrompe la prescrizione se questa non si è ancora compiuta; con il risultato che il contribuente non potrà più far valere la prescrizione delle cartelle a meno che non smetta di pagare e, dalla scadenza dell’ultima rata non pagata, decorra di nuovo l’intero termine di prescrizione.
Invece se la prescrizione si è già compiuta prima del deposito della domanda di rateazione, detta istanza non pregiudica la possibilità di fare ricorso nonostante la richiesta di pagamento a rate (che potrebbe essere stata presentata solo per evitare il rischio di un pignoramento). Dunque il contribuente potrebbe accedere alla rateazione, anche pagare qualche rata e, nel frattempo, far annullare le cartelle mai notificate e tuttavia prescritte.

5. Quando scadono la cartella di pagamento e l’avviso di intimazione

Oltra a prescriversi la cartella perde la sua efficacia se, dopo un anno dalla sua notifica, non si sia proceduto ad esecuzione. In tal caso l’agente di riscossione, che intenda avviare l’esecuzione forzata, deve prima notificare un atto di sollecito sollecito (cosiddetta intimazione di pagamento) e avviare il pignoramento entro massimo 180 giorni da esso. Se ritarda ulteriormente dovrà notificare un’ulteriore intimazione. Se questi termini non vengono rispettati l’esecuzione forzata è illegittima e il debitore può proporre opposizione.
Va detto che questa perdita di efficacia della cartella è temporanea e riguarda solo la sua indoneità a porsi come valido titolo esecutivo; una volta notificato l’avviso d’intimazione, la cartella riprende in toto la sua orginaria efficacia esecutiva.

6.  L’annullamento della cartella prescritta mediante impugnazione di atti successivi o dell’estratto di ruolo

La prescrizione si compie di diritto per il solo fatto che decorrono gli anni indicati dalla legge e che variano per ciascun tributo. Non c’è quindi bisogno di una apposita istanza in quanto, al verificarsi della prescrizione, dovrebbe essere lo stesso Agente della riscossione a cancellare d’ufficio i debiti o, quantomeno, a non intimare più il pagamento al contribuente.
Siccome normalmente ciò non accade, sorge il problema di come   far cancellare la cartella prescritta dal ruolo.
Non si può più fare ricorso contro la cartella prescritta essendo ormai scaduti i termini per l’impugnazione (termini che, come noto, sono di 60 giorni per le imposte; 40 per i contributi Inps e Inail; 30 per le sanzioni per infrazioni stradali). Un ricorso in questa fase  contro una cartella prescritta sarebbe rigettato in quanto tardivo con condanna del contribuente a pagare le spese di giudizio.
Occorre perciò attendere che l’Agente della Riscossione notifichi qualche atto ulteriore per impugnarlo avanti al Giudice competente (Commissione Tributaria, Giudice del lavoro, Giudice di Pace, Tribunale ordinario etc) e far valere la prescrizione: si può impugnare un avviso di intimazione, o un  preavviso di fermo, di ipoteca o di un pignoramento che si basino su cartelle prescritte.
Quindi il contribuente deve impugnare questo nuovo atto eccependo che lo stesso si fonda su un credito ormai caduto in prescrizione.
Se l’Agente di riscossione non notifica nulla,  il contribuente può attivarsi richiedendo la stampa di un estratto di ruolo.
Solo nel caso in cui l’estratto riporti l’iscrizione di  debiti per cartelle mai ricevute e che, tuttavia, nel tempo siano caduti in prescrizione,  il contribuente  – afferma la Cassazione –  può fare ricorso contro la cartella prescritta (proprio perché mai notificata correttamente) e chiederne l’annullamento.
Vi è, in tale caso,  l’onere di ricorrere al giudice competente entro 60 giorni dalla consegna dell’estratto di ruolo.
La mancata impugnazione dell’estratto di ruolo, non preclude tuttavia la possibilità di opporsi ad atti ulteriori dell’agente di riscossione onde fare valere la prescrzione della cartella.

 

 

 

La trasformazione in società semplice dà sempre luogo a plusvalenze tassabili

L’ordinanza n. 30228/2018 della Suprema Corte di Cassazione, qui commentata,  ha stabilito  che “La trasformazione della società commerciale in società semplice, determinando un mutamento del regime reddituale dei beni sociali e la loro destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa, comporta plusvalenza tassabile, ai sensi dell’articolo 54, comma 1, lett. d) del D.P.R. 917/1986 vigente ratione temporis (ora articoli 85, comma 2, e 86, comma 1, lett. c) del Tuir“.
Il ragionamento della Corte parte dalla considerazione che, sotto il profilo civilistico,  la “trasformazione” della società, regolata dagli artt. 2498-2500 cod. civ., si sostanzia in un mutamento della natura giuridica della società e comporta la modificazione dell’atto costitutivo della società trasformata, ma non la nascita di un nuovo soggetto che si sostituisce a quello precedente
Sul piano fiscale, l’art. 170 t.u.i.r. statuisce espressamente che “la trasformazione della società non costituisce realizzo, né distribuzione delle plusvalenze e minusvalenze dei beni, comprese quelle relative alle rimanenze ed il valore di avviamento” (principio della neutralità fiscale della trasformazione societaria).
La trasformazione è infatti un’operazione fiscalmente neutra che presuppone il rispetto della continuità dei valori contabili e non comporta, di conseguenza, l’emergere di componenti positivi o negativi del reddito d’impresa.
Tuttavia secondo la Corte di Cassazione detta norma non può trovare applicazione all’ipotesi  di trasformazione di una società commerciale in società semplice, anche se il soggetto giuridico in esito alla transazione rimane  sempre lo stesso sotto l’apsetto civilistico.
La società semplice infatti  ai sensi dell’art. 2249 cod. civ., non può esercitare attività commerciale e, quindi, non può neppure essere titolare dì reddito d’impresa, con la conseguenza che i beni di una società semplice non possono essere considerati come “beni relativi all’impresa”.
Ciò comporta che, laddove vi sia trasformazione di una società commerciale in una società semplice, si determina la perdita della qualità di imprenditore e la fuoriuscita dei beni sociali dal regime proprio dei beni afferenti la “sfera d’impresa”, risultando essi destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa, sicchè, dopo la trasformazione, essi possono essere ceduti dalla società semplice distribuendo il risultato tra i soci in franchigia d’imposta.
L’operazione dunque,  attualmente inquadrata nella fattispecie disciplinata  dagli artt. 85, comma 2, e 86, comma 1, lett. c del t.u.i.r., genera una plusvalenza tassabile, atteso che la trasformazione societaria realizza la destinazione dei beni “plusvalenti” a finalità estranee all’impresa, e la plusvalenza è costituita dalla differenza tra il valore normale dei beni al momento della trasformazione ed il costo non ammortizzato dei medesimi beni.

Limiti legali al pignoramento immobiliare per debiti tributari -piccolo vademecum

Ecco un piccolo vademecum che riassume sinteticamente le tutele previste nel c.d. decreto del fare  (d.l. n. 69/2013) che  ha riscritto  la disciplina del pignoramento immobiliare prevista dagli artt. 76 e seguenti del d.P.R. n. 602/1973.
Il testo normativo di riferimento per l’esecuzione esattoriale è appunto il D.P.R. 29.9.1973 n. 602 (T.U. riscossione delle imposte) cui di seguito si fa riferimento.
La procedura esecutiva inizia con a formazione del ruolo (art. 11 e ss) ovvero dell’elenco dei debitori e delle somme dovute che viene consegnato all’agente di riscossione (oggi: Agenzia delle Entrate – Riscossione).
Il debitore in difficoltà  può chiedere all’agente di riscossione  il benefico della rateazione delle somme iscritte a ruolo (art. 19) ottenendo la sospensione delle iniziative esecutive.
L’agente di riscossione sulla base del ruolo deve notificare la cartella di pagamento al debitore iscritto a ruolo entro i termini di decadenza previsti dall’art. 25 e che variano in relazione alla tipologia di debito fiscale.
La procedura esecutiva esattoriale  può iniziare solo dopo che inutilmente decorso il termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento (art. 50).
L’espropriazione forzata è altresì preceduta dalla notifica di un avviso di intimazione (art. 50)  in tutti i casi in cui la notifica della cartella di pagamento (art. 26)  sia avvenuta da più di un anno.
Dalla data di notifica dell’avviso di intimazione il debitore ha 5 giorni di tempo per effettuare il versamento di quanto dovuto. Resta sempre ferma la possibilità di chiedere la rateizzazione delle somme a debito o la sospensione legale della riscossione nei casi e nei termini previsti dalla legge.
Per i debiti fino a mille euro non si procede alle azioni esecutive prima di 120 giorni dall’invio, mediante posta ordinaria, di una comunicazione contenente il dettaglio del debito.
L’Agente di riscossione può procedere al pignoramento immobiliare per i debiti fiscali soltanto in presenza delle condizioni stabilite dalla legge.
In particolare il pignoramento immobiliare non può essere effettuato se l’immobile ha tutte le seguenti caratteristiche:
• è l’unico immobile di proprietà del debitore;
• è adibito a uso abitativo e il debitore vi risiede anagraficamente;
non è di lusso, (cioè non ha le caratteristiche previste dal decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 agosto 1969, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 218 del 27 agosto 1969) e non è comunque una villa (A/8), un castello o un palazzo di eminente pregio artistico o storico (A/9).
Negli altri casi (ovvero quando manchi anche uno solo dei requisiti sopra elencati) l’agente di riscossione  può procedere al pignoramento e alla vendita coattiva dell’immobile solo se:
• l’importo complessivo del debito è superiore a 120 mila euro;
• il valore degli immobili del debitore è superiore a 120 mila euro;
• sono passati almeno sei mesi dall’iscrizione di ipoteca, che deve essere obbligatoriamente iscritta in via preventiva,  e il debitore non ha pagato/rateizzato il debito o in mancanza di provvedimenti di sgravio/sospensione.

Nullità dei contratti di fideiussione redatti secondo lo schema ABI


La sentenza  della Prima sezione della Cassazione n. 13846/19 del 22 maggio 2019 ha ribadito il principio per cui i fideiussori che hanno firmato il contratto predisposto secondo lo schema dell’ABI sono liberati dal vincolo di garanzia assunto.
Questo perché  lo schema dell’ABI è stato ritenuto illegittimo, quindi nullo, nel 2005 dalla  Banca d’Italia in quanto frutto di una illecita intesa anticoncorrenziale tra le banche.
Infatti con provvedimento n. 55 del 02.05.2005 la Banca d’italia – che sino al 2006 operava quale autorità garante della concorrenza tra gli istituti di credito, ruolo ora assunto dall’agcm– ha rilevato che l’applicazione uniforme da parte delle banche del modello di fideiussione omnibus predisposta dall’abi nel 2003, concretasse un’intesa restrittiva della concorrenza da parte degli stessi istituti che, di fatto, in tal modo hanno finito col proporre ai propri clienti le medesime condizioni di contratto, in evidente violazione all’art. 2 della c.d. Legge antitrust (l. 287/1990).
Tale nullità si riverbera automaticamente anche sui singoli contratti  conclusi dai fideiussori, perché essi  costituiscono attuazione dell’intesa anticoncorrenziale e sono  travolti dalla medesima nullità.
I fideiussori quindi possono semplicemente essere liberati verificando la coincidenza del loro contratto sottoscritto con lo schema ABI sanzionato che viene qui allegato.
(schema-ABI-2003)

 

Socio amministratore di S.r.l.: limiti alla doppia iscrizione previdenziale

La Corte di Cassazione ( Sez. lavoro, Ord.,  10-07-2019, n. 18553) è nuovamente intervenuta sul problema del cumulo dell’iscrizione del socio amministratore della S.r.l.  alla gestione commercianti  con l’iscrizione alla gestione separata.
Si ribadisce  il principio (peraltro sancito da una norma di interpretazione autentica) per cui  il socio amministratore di una società a responsabilità limitata che partecipi al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza ha l’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti oltre che alla gestione separata per gli emolumenti percepiti come amministratore; tuttavia  qualora egli si limiti ad esercitare l’attività di amministratore, deve essere iscritto alla sola gestione separata, operando le due attività su piani giuridici differenti, in quanto la prima è diretta alla concreta realizzazione dello scopo sociale, attraverso il concorso dell’opera prestata dai soci e dagli altri lavoratori, e la seconda alla esecuzione del contratto di società sulla base di una relazione di immedesimazione organica volta, a seconda della concreta delega, alla partecipazione alle attività di gestione, di impulso e di rappresentanza (v. da ultimo Cass. n. 10426 del 02/05/2018).
Non è in dubbio la cumulabilità dell’iscrizione alla gestione commercianti con quella alla gestione separata, ma si rileva che se l’interessato non svolga attività ulteriore rispetto a quella propria dell’amministratore, in quanto le funzioni necessarie per la concreta realizzazione dello scopo sociale sono affidate ad altre persone (dipendenti o collaboratori autonomi ), allora non sussistono i requisiti richiesti dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203 per l’iscrizione obbligatoria alla gestione previdenziale commercianti.
Va rammentato altresì che l’onere di dimostrare la sussistenza degli elementi costitutivi della pretesa impositiva, e dunque dei requisiti congiunti di abitualità e prevalenza, è a carico dell’Inps (cfr. Cass. n. 5763 del 2002; Cass., n. 23600 del 2009).
Tali requisiti devono risultare da una comparazione tra l’attività di natura commerciale svolta all’interno della società e le eventuali ulteriori personali attività lavorative svolte (senza considerare quella prestata come amministratore di s.r.l.).

 

Il sostituito d’imposta non è responsabile per l’omesso versamento della ritenuta d’acconto

Le Sezioni Unite della Cassazione (12 aprile 2019 n. 10378) sono recentemente intervenute statuendo che il sostituito d’imposta non è responsabile se il sostituto non versi la ritenuta d’acconto regolarmente operata.
Si rammenta che l’art. 22 del Tur riconosce al sostituito d’imposta il diritto di scomputare le ritenute d’acconto effettuate dal sostituto.
Le Sezioni Unite sono state  chiamate a decidere se la norma prevista dall’art. 35 del D.P.R.  n. 602 del 1973, che prevede la solidarietà del sostituito e del sostituto in ipotesi di omessa  effettuazione e omesso versamento della ritenuta, sia applicabile anche nel caso in cui la ritenuta venga operata, ma non sia versata dal sostituto.
Secondo le Sezioni Unite il tenore dell’art. 64, comma 2, del D.P.R. n. 600/1973 (che disciplina il giudizio di accertamento dell’imposta in caso di sostituzione e che individua come soggetto passivo esclusivamente il sostituito) dimostrerebbe che l’obbligazione che la legge pone ad esclusivo carico del sostituito (vedansi gli articoli 23 e seguenti del D.P.R. 600/73),  ovvero l’obbligo di versamento della ritenuta d’acconto, si pone come  obbligazione del tutto autonoma rispetto all’obbligo di versamento dell’imposta.
A fronte di tale obbligo di versamento della ritenuta d’acconto, viene riconosciuto al sostituto un corrispondente obbligo di rivalsa stabilito dall’art. 64, comma primo, del D.P.R. n. 600/73.
L’art. 35 del D.P.R. n. 602/73  prevede un vincolo di solidarietà a carico del sostituito  soltanto per l’ipotesi in cui il sostituto non abbia versato la ritenuta d’acconto; ciò esclude che, al di fuori delle ipotesi dell’inadempimento del sostituto ivi previsto, il sostituito possa in via solidale essere tenuto al pagamento dell’acconto di imposta, venendo così a confermare l’assunto che la autonoma obbligazione di versamento dell’acconto è stata posta unicamente a carico del sostituto.
Da ciò ne deriva che la speciale fattispecie di solidarietà del sostituto con il sostituito per l’obbligazione di versamento dell’acconto di imposta, in caso di inadempimento del sostituto, viene condizionata dall’art. 35 citato esclusivamente nella circostanza in cui non siano state operate le ritenute d’acconto.
In diverso caso, il sostituito è pienamente esonerato da ogni responsabilità per l’omesso versamento.

Recuperare le spese legali stragiudiziali è possibile

Spesso chi è titolare di un credito in sofferenza tentenna a rivolgersi ad un legale  per una diffida  in quanto ritiene che le spese dell’avvocato rimarranno a suo integrale carico.
Può capitare infatti che Il debitore,  una volta ricevuta la lettera di diffida dell’avvocato,  paghi il capitale al creditore a cui rimangono però a definitivo carico i costi dell’avvocato.
Non tutti  però sanno che esistono delle categorie di creditori cui la legge riconosce il diritto di recuperare le spese anche stragiudiziali sostenute per conseguire l’incasso del credito.
Tale diritto è riconosciuto alle imprese dal D.Lgs. n. 231/2002 per le spese legali di recupero stragiudiziale di propri crediti nei confronti di un altro imprenditore.
L’art. 6 di tale decreto (rubricato appunto  ” Risarcimento delle spese di recupero“) nella sua attuale formulazione, in vigore a partire dal 1 gennaio 2013 così testualmente prevede:

  1.  Nei casi previsti dall’articolo 3, il creditore ha diritto anche al rimborso dei costi sostenuti per il recupero delle somme non tempestivamente corrisposte.
  2.  Al creditore spetta, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno. È fatta salva la prova del maggior danno, che può comprendere i costi di assistenza per il recupero del credito.

L’originaria formulazione della norma non prevedeva la determinazione minima forfettaria del costo di recupero stragiudiziale che invece ora è prevista.
Inoltre è data la possibilità al creditore di dimostrare di avere sostenuto un costo superiore alle € 40 indicate e tale prova può essere fornita, per esempio, allegando la fattura dell’avvocato emessa a fronte del pagamento del corrispettivo per l’intervento in sede stragiudiziale.
Tuttavia l’art. 6 citato ha il limite di essere applicabile solo a determinate particolari tipologie di creditori ovvero le imprese ed esclusivamente per i propri crediti derivanti da transazioni commerciali.
In realtà  art. 2, comma 1, L. 22 maggio 2017, n. 81 ha  successivamente esteso l’applicabilità dell’art. 6 anche alle transazioni commerciali  intercorse:
1) tra lavoratori autonomi e imprese,
2) tra lavoratori autonomi e amministrazioni pubbliche
3)   tra lavoratori autonomi.
Purtroppo il principio continua a non trovare applicazione per tutte le ipotesi in cui il creditore oppure alternativamente  il debitore siano soggetti privati.

Decreto Legge Dignità

Decreto Legge Dignità

Ecco in breve quali saranno le novità sul lavoro contenute nel DL Dignità, che entrerà a breve in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale
Novità sul contratto a termine
Il  DL Dignità dignità prevede al Titolo 1 le “Misure per il contrasto al precariato”.
L’articolo 1 apporta quindi modifiche alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato.
Anzitutto si prevede una  modifica del Jobs Act per i contratti a termine (D. lgs 81/2015).
Il nuovo contratto a termine
  • Il primo contratto potrà avere una durata massima di 12 mesi se stipulato senza causale (ovvero la motivazione tecnica che induce a stipulare un rapporto a termine);
  • Potrà essere stipulato con una durata massima di 24 mesi se viene prevista da subito la causale.
  • Dopo i primi 12 mesi “acausali”, si potrà rinnovare il contratto per un massimo di altri 12 mesi, ma con l’obbligo di indicare la causale.
  • Il numero delle proroghe possibili nei contratti a termine diminuisce da 5 a 4 fermo restando la durata massima di 24 mesi, come descritto sopra; alla sesta proroga il contratto si intende a tempo indeterminato.
  • Le cause del contratto a termine possono essere le seguenti:
    – temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, o per esigenze sostitutive;
    – connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria;
    – relative alle attività stagionali (art. 21, comma 2) e a picchi di attività.
  • I contratti rinnovati avranno un costo contributivo dello 0,5% in più rispetto all’1,4% già previsto per i contratti a tempo determinato.
  • Il contratto a termine potrà essere impugnato entro 180 giorni (in precedenza il limite era di 120 giorni).
  • Fase transitoriaIl DL Dignità prevede che le disposizioni si applicano ai contratti di lavoro a tempo determinato nuovi, ovvero sottoscritti dopo l’entrata in vigore del Decreto-Legge; inoltre la nuova disciplina si applica anche in caso di rinnovo a tempo determinato di contratti in corso alla data di entrata in vigore del decreto.
Somministrazione lavoro
Non si è proceduto alla abrogazione dello staff leasing, ossia del contratto di somministrazione a tempo determinato.
Al contratto di somministrazione a tempo determinato si applicano le stesse norme previste  ora per il contratto a termine.

Licenziamenti
Il DL Dignità interviene anche sui licenziamenti nei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti (D. lgs 23/2015).
Se il licenziamento non è per:
– giustificato motivo oggettivo,
– o per giustificato motivo soggettivo,
– o giusta causa
l’indennità spettante al lavoratore, sale da un minimo di 6 (prima era 4) ad un massimo di 36 mensilità (in precedenza 24).
Si tratta di una indennità non soggetta a contribuzione calcolata sull’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR.