Limiti legali al pignoramento immobiliare per debiti tributari -piccolo vademecum

Ecco un piccolo vademecum che riassume sinteticamente le tutele previste nel c.d. decreto del fare  (d.l. n. 69/2013) che  ha riscritto  la disciplina del pignoramento immobiliare prevista dagli artt. 76 e seguenti del d.P.R. n. 602/1973.
Il testo normativo di riferimento per l’esecuzione esattoriale è appunto il D.P.R. 29.9.1973 n. 602 (T.U. riscossione delle imposte) cui di seguito si fa riferimento.
La procedura esecutiva inizia con a formazione del ruolo (art. 11 e ss) ovvero dell’elenco dei debitori e delle somme dovute che viene consegnato all’agente di riscossione (oggi: Agenzia delle Entrate – Riscossione).
Il debitore in difficoltà  può chiedere all’agente di riscossione  il benefico della rateazione delle somme iscritte a ruolo (art. 19) ottenendo la sospensione delle iniziative esecutive.
L’agente di riscossione sulla base del ruolo deve notificare la cartella di pagamento al debitore iscritto a ruolo entro i termini di decadenza previsti dall’art. 25 e che variano in relazione alla tipologia di debito fiscale.
La procedura esecutiva esattoriale  può iniziare solo dopo che inutilmente decorso il termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento (art. 50).
L’espropriazione forzata è altresì preceduta dalla notifica di un avviso di intimazione (art. 50)  in tutti i casi in cui la notifica della cartella di pagamento (art. 26)  sia avvenuta da più di un anno.
Dalla data di notifica dell’avviso di intimazione il debitore ha 5 giorni di tempo per effettuare il versamento di quanto dovuto. Resta sempre ferma la possibilità di chiedere la rateizzazione delle somme a debito o la sospensione legale della riscossione nei casi e nei termini previsti dalla legge.
Per i debiti fino a mille euro non si procede alle azioni esecutive prima di 120 giorni dall’invio, mediante posta ordinaria, di una comunicazione contenente il dettaglio del debito.
L’Agente di riscossione può procedere al pignoramento immobiliare per i debiti fiscali soltanto in presenza delle condizioni stabilite dalla legge.
In particolare il pignoramento immobiliare non può essere effettuato se l’immobile ha tutte le seguenti caratteristiche:
• è l’unico immobile di proprietà del debitore;
• è adibito a uso abitativo e il debitore vi risiede anagraficamente;
non è di lusso, (cioè non ha le caratteristiche previste dal decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 agosto 1969, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 218 del 27 agosto 1969) e non è comunque una villa (A/8), un castello o un palazzo di eminente pregio artistico o storico (A/9).
Negli altri casi (ovvero quando manchi anche uno solo dei requisiti sopra elencati) l’agente di riscossione  può procedere al pignoramento e alla vendita coattiva dell’immobile solo se:
• l’importo complessivo del debito è superiore a 120 mila euro;
• il valore degli immobili del debitore è superiore a 120 mila euro;
• sono passati almeno sei mesi dall’iscrizione di ipoteca, che deve essere obbligatoriamente iscritta in via preventiva,  e il debitore non ha pagato/rateizzato il debito o in mancanza di provvedimenti di sgravio/sospensione.

Nullità dei contratti di fideiussione redatti secondo lo schema ABI


La sentenza  della Prima sezione della Cassazione n. 13846/19 del 22 maggio 2019 ha ribadito il principio per cui i fideiussori che hanno firmato il contratto predisposto secondo lo schema dell’ABI sono liberati dal vincolo di garanzia assunto.
Questo perché  lo schema dell’ABI è stato ritenuto illegittimo, quindi nullo, nel 2005 dalla  Banca d’Italia in quanto frutto di una illecita intesa anticoncorrenziale tra le banche.
Infatti con provvedimento n. 55 del 02.05.2005 la Banca d’italia – che sino al 2006 operava quale autorità garante della concorrenza tra gli istituti di credito, ruolo ora assunto dall’agcm– ha rilevato che l’applicazione uniforme da parte delle banche del modello di fideiussione omnibus predisposta dall’abi nel 2003, concretasse un’intesa restrittiva della concorrenza da parte degli stessi istituti che, di fatto, in tal modo hanno finito col proporre ai propri clienti le medesime condizioni di contratto, in evidente violazione all’art. 2 della c.d. Legge antitrust (l. 287/1990).
Tale nullità si riverbera automaticamente anche sui singoli contratti  conclusi dai fideiussori, perché essi  costituiscono attuazione dell’intesa anticoncorrenziale e sono  travolti dalla medesima nullità.
I fideiussori quindi possono semplicemente essere liberati verificando la coincidenza del loro contratto sottoscritto con lo schema ABI sanzionato che viene qui allegato.
(schema-ABI-2003)

 

Socio amministratore di S.r.l.: limiti alla doppia iscrizione previdenziale

La Corte di Cassazione ( Sez. lavoro, Ord.,  10-07-2019, n. 18553) è nuovamente intervenuta sul problema del cumulo dell’iscrizione del socio amministratore della S.r.l.  alla gestione commercianti  con l’iscrizione alla gestione separata.
Si ribadisce  il principio (peraltro sancito da una norma di interpretazione autentica) per cui  il socio amministratore di una società a responsabilità limitata che partecipi al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza ha l’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti oltre che alla gestione separata per gli emolumenti percepiti come amministratore; tuttavia  qualora egli si limiti ad esercitare l’attività di amministratore, deve essere iscritto alla sola gestione separata, operando le due attività su piani giuridici differenti, in quanto la prima è diretta alla concreta realizzazione dello scopo sociale, attraverso il concorso dell’opera prestata dai soci e dagli altri lavoratori, e la seconda alla esecuzione del contratto di società sulla base di una relazione di immedesimazione organica volta, a seconda della concreta delega, alla partecipazione alle attività di gestione, di impulso e di rappresentanza (v. da ultimo Cass. n. 10426 del 02/05/2018).
Non è in dubbio la cumulabilità dell’iscrizione alla gestione commercianti con quella alla gestione separata, ma si rileva che se l’interessato non svolga attività ulteriore rispetto a quella propria dell’amministratore, in quanto le funzioni necessarie per la concreta realizzazione dello scopo sociale sono affidate ad altre persone (dipendenti o collaboratori autonomi ), allora non sussistono i requisiti richiesti dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203 per l’iscrizione obbligatoria alla gestione previdenziale commercianti.
Va rammentato altresì che l’onere di dimostrare la sussistenza degli elementi costitutivi della pretesa impositiva, e dunque dei requisiti congiunti di abitualità e prevalenza, è a carico dell’Inps (cfr. Cass. n. 5763 del 2002; Cass., n. 23600 del 2009).
Tali requisiti devono risultare da una comparazione tra l’attività di natura commerciale svolta all’interno della società e le eventuali ulteriori personali attività lavorative svolte (senza considerare quella prestata come amministratore di s.r.l.).

 

Il sostituito d’imposta non è responsabile per l’omesso versamento della ritenuta d’acconto

Le Sezioni Unite della Cassazione (12 aprile 2019 n. 10378) sono recentemente intervenute statuendo che il sostituito d’imposta non è responsabile se il sostituto non versi la ritenuta d’acconto regolarmente operata.
Si rammenta che l’art. 22 del Tur riconosce al sostituito d’imposta il diritto di scomputare le ritenute d’acconto effettuate dal sostituto.
Le Sezioni Unite sono state  chiamate a decidere se la norma prevista dall’art. 35 del D.P.R.  n. 602 del 1973, che prevede la solidarietà del sostituito e del sostituto in ipotesi di omessa  effettuazione e omesso versamento della ritenuta, sia applicabile anche nel caso in cui la ritenuta venga operata, ma non sia versata dal sostituto.
Secondo le Sezioni Unite il tenore dell’art. 64, comma 2, del D.P.R. n. 600/1973 (che disciplina il giudizio di accertamento dell’imposta in caso di sostituzione e che individua come soggetto passivo esclusivamente il sostituito) dimostrerebbe che l’obbligazione che la legge pone ad esclusivo carico del sostituito (vedansi gli articoli 23 e seguenti del D.P.R. 600/73),  ovvero l’obbligo di versamento della ritenuta d’acconto, si pone come  obbligazione del tutto autonoma rispetto all’obbligo di versamento dell’imposta.
A fronte di tale obbligo di versamento della ritenuta d’acconto, viene riconosciuto al sostituto un corrispondente obbligo di rivalsa stabilito dall’art. 64, comma primo, del D.P.R. n. 600/73.
L’art. 35 del D.P.R. n. 602/73  prevede un vincolo di solidarietà a carico del sostituito  soltanto per l’ipotesi in cui il sostituto non abbia versato la ritenuta d’acconto; ciò esclude che, al di fuori delle ipotesi dell’inadempimento del sostituto ivi previsto, il sostituito possa in via solidale essere tenuto al pagamento dell’acconto di imposta, venendo così a confermare l’assunto che la autonoma obbligazione di versamento dell’acconto è stata posta unicamente a carico del sostituto.
Da ciò ne deriva che la speciale fattispecie di solidarietà del sostituto con il sostituito per l’obbligazione di versamento dell’acconto di imposta, in caso di inadempimento del sostituto, viene condizionata dall’art. 35 citato esclusivamente nella circostanza in cui non siano state operate le ritenute d’acconto.
In diverso caso, il sostituito è pienamente esonerato da ogni responsabilità per l’omesso versamento.

Recuperare le spese legali stragiudiziali è possibile

Spesso chi è titolare di un credito in sofferenza tentenna a rivolgersi ad un legale  per una diffida  in quanto ritiene che le spese dell’avvocato rimarranno a suo integrale carico.
Può capitare infatti che Il debitore,  una volta ricevuta la lettera di diffida dell’avvocato,  paghi il capitale al creditore a cui rimangono però a definitivo carico i costi dell’avvocato.
Non tutti  però sanno che esistono delle categorie di creditori cui la legge riconosce il diritto di recuperare le spese anche stragiudiziali sostenute per conseguire l’incasso del credito.
Tale diritto è riconosciuto alle imprese dal D.Lgs. n. 231/2002 per le spese legali di recupero stragiudiziale di propri crediti nei confronti di un altro imprenditore.
L’art. 6 di tale decreto (rubricato appunto  ” Risarcimento delle spese di recupero“) nella sua attuale formulazione, in vigore a partire dal 1 gennaio 2013 così testualmente prevede:

  1.  Nei casi previsti dall’articolo 3, il creditore ha diritto anche al rimborso dei costi sostenuti per il recupero delle somme non tempestivamente corrisposte.
  2.  Al creditore spetta, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno. È fatta salva la prova del maggior danno, che può comprendere i costi di assistenza per il recupero del credito.

L’originaria formulazione della norma non prevedeva la determinazione minima forfettaria del costo di recupero stragiudiziale che invece ora è prevista.
Inoltre è data la possibilità al creditore di dimostrare di avere sostenuto un costo superiore alle € 40 indicate e tale prova può essere fornita, per esempio, allegando la fattura dell’avvocato emessa a fronte del pagamento del corrispettivo per l’intervento in sede stragiudiziale.
Tuttavia l’art. 6 citato ha il limite di essere applicabile solo a determinate particolari tipologie di creditori ovvero le imprese ed esclusivamente per i propri crediti derivanti da transazioni commerciali.
In realtà  art. 2, comma 1, L. 22 maggio 2017, n. 81 ha  successivamente esteso l’applicabilità dell’art. 6 anche alle transazioni commerciali  intercorse:
1) tra lavoratori autonomi e imprese,
2) tra lavoratori autonomi e amministrazioni pubbliche
3)   tra lavoratori autonomi.
Purtroppo il principio continua a non trovare applicazione per tutte le ipotesi in cui il creditore oppure alternativamente  il debitore siano soggetti privati.

Decreto Legge Dignità

Decreto Legge Dignità

Ecco in breve quali saranno le novità sul lavoro contenute nel DL Dignità, che entrerà a breve in vigore subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale
Novità sul contratto a termine
Il  DL Dignità dignità prevede al Titolo 1 le “Misure per il contrasto al precariato”.
L’articolo 1 apporta quindi modifiche alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato.
Anzitutto si prevede una  modifica del Jobs Act per i contratti a termine (D. lgs 81/2015).
Il nuovo contratto a termine
  • Il primo contratto potrà avere una durata massima di 12 mesi se stipulato senza causale (ovvero la motivazione tecnica che induce a stipulare un rapporto a termine);
  • Potrà essere stipulato con una durata massima di 24 mesi se viene prevista da subito la causale.
  • Dopo i primi 12 mesi “acausali”, si potrà rinnovare il contratto per un massimo di altri 12 mesi, ma con l’obbligo di indicare la causale.
  • Il numero delle proroghe possibili nei contratti a termine diminuisce da 5 a 4 fermo restando la durata massima di 24 mesi, come descritto sopra; alla sesta proroga il contratto si intende a tempo indeterminato.
  • Le cause del contratto a termine possono essere le seguenti:
    – temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, o per esigenze sostitutive;
    – connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria;
    – relative alle attività stagionali (art. 21, comma 2) e a picchi di attività.
  • I contratti rinnovati avranno un costo contributivo dello 0,5% in più rispetto all’1,4% già previsto per i contratti a tempo determinato.
  • Il contratto a termine potrà essere impugnato entro 180 giorni (in precedenza il limite era di 120 giorni).
  • Fase transitoriaIl DL Dignità prevede che le disposizioni si applicano ai contratti di lavoro a tempo determinato nuovi, ovvero sottoscritti dopo l’entrata in vigore del Decreto-Legge; inoltre la nuova disciplina si applica anche in caso di rinnovo a tempo determinato di contratti in corso alla data di entrata in vigore del decreto.
Somministrazione lavoro
Non si è proceduto alla abrogazione dello staff leasing, ossia del contratto di somministrazione a tempo determinato.
Al contratto di somministrazione a tempo determinato si applicano le stesse norme previste  ora per il contratto a termine.

Licenziamenti
Il DL Dignità interviene anche sui licenziamenti nei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti (D. lgs 23/2015).
Se il licenziamento non è per:
– giustificato motivo oggettivo,
– o per giustificato motivo soggettivo,
– o giusta causa
l’indennità spettante al lavoratore, sale da un minimo di 6 (prima era 4) ad un massimo di 36 mensilità (in precedenza 24).
Si tratta di una indennità non soggetta a contribuzione calcolata sull’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR.

La TIA2 è il corrispettivo di un servizio, non un tributo.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 16332 del 21 giugno 2018,  ha stabilito che la nuova tariffa sui rifiuti (cosiddetta TIA 2) ha natura corrispettiva  e privatistica sicché va assoggettata ad IVA.
Fin dall’introduzione della TIA1 (tariffa di igiene ambientale), in sostituzione della precedente TARSU, si è sempre discusso  sulla natura tributaria o privatistica della tariffa.
La Corte Costituzionale con la sentenza n. 238/2009 aveva riconosciuto che, quanto alla  TIA1, dietro al nome di “Tariffa” si celava un tributo, per cui era illegittima l’applicazione dell’Iva, non potendosi applicare un’imposta su un tributo.
A opposta conclusione perviene la Suprema Corte di Cassazione con riferimento alla successiva tariffa integrata ambientale, cosiddetta TIA2.
Infatti la legge che la regola (Dlgs 152/2006, articolo 238) fa esplicito riferimento ai “corrispettivi” dovuti per lo svolgimento del servizio di raccolta rifiuti, collegando così espressamente la TIA2 al concetto di prestazioni di servizi resi a fronte di corrispettivi, che secondo quanto previsto dall’art. 3 del DPR 633/1972 devono essere assoggettati ad Iva.
A definire la natura della TIA 2 è stato il successivo art. 14, comma 33 del DL 78/2010, con il quale il legislatore, interpretando autenticamente il suddetto articolo 238 del DLgs. 152/2006, ha stabilito che la TIA2 non ha natura tributaria, ma ha natura privatistica, ed è pertanto soggetta a Iva ai sensi degli artt. 1, 3, 4, co. II e III del Dpr 633/1972.
Dunque è ora pacifico la TIA1 (applicata fino al 30 giugno 2010) aveva natura tributaria e quindi non scontava l’Iva; invece la nuova TIA 2  ha natura di corrispettivo ed è soggetta all’IVA.
Se però  il Comune nel proprio regolamento ha deciso per mantenere la TIA1 in precedenza adottata, alla stessa continua ad applicarsi la normativa di riferimento secondo l’interpretazione della Corte Costituzionale e della consolidata giurisprudenza di legittimità (art. 49 DLgs. n. 22/1997) per cui trattandosi di tributo non si applica l’Iva.
Il rovescio della medaglia è che se la TIA2  ha natura di corrispettivo di un servizio assoggettato ad IVA, allora essa non deve essere pagata se il servizio non viene reso o non deve essere pagata integralmente se viene reso  solo in alcuni periodo dell’anno come ad esempio per le località balneari.
Si aprono perciò dei possibili percorsi di rimborso a favore di determinati soggetti.